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Itinerari
Da Lodi al Sillaro
Antichi tracciati di terra e di acqua
L'itinerario raggiunge luoghi nascosti tra la campagna situata a sud-ovest di Lodi e attraversa un nodo di transito ben noto nell'antichità.
La campagna intensamente coltivata custodisce paesaggi raccolti che sorprendono per insospettate ed improvvise bellezze.

L'itinerario è interamente ciclabile.

percorso 11PERCORSO IN BICICLETTA

Dal piazzale del centro Commerciale si imbocca la tangenziale in direzione di Piacenza. Dopo un breve tratto si prende a destra l'indicazione per la cascina Marescalca. Il complesso presenta l'armonica diversità delle costruzioni rurali ora alte, ora basse. ora strette, ora più ampie. I colori richiamano il cielo di tramonti invernali e le atmosfere di certe albe primaverili di una pianura avvolta nella bruma leggera. La strada costeggia la cascina, si intravedono il grande cortile, l'aia, la casa padronale. Si fiancheggia la stalla. Le grigliate impreziosiscono la facciata con decorazioni ricercate in cotto, piccole finestre circolari e croci affiancano e movimentano grandi archi. La silenziosa distesa dei campi coltivati, interrotta qua e là da tratti di alberature, mimetizza l'intensa attività che ancora anima la cascina. Anticamente la Marescalca si chiamava Temporia. Le prime notizie risalgono al 1265. Fu proprietà della famiglia lodigiana dei Maffei. Nel XVII secolo appartenne ai Marliani di Lodi, quindi ai conti Barni. Nel 1873 divenne sede della prima stazione sperimentale di caseificio, trasferita successivamente nel castello di Lodi. Lasciata alle spalle la cascina si oltrepassa la roggia Ospitala, che presso Paullo esce dalla Muzza e si divide in diversi rami o bocchelli. Si percorre un rettilineo che penetra in un paesaggio esteso chiuso in lontananza dalle scure sagome delle cascine Baroncina, Melesa e Casoni. Si raggiunge l'abitato di Cornegliano Laudense: la strada si incunea stretta tra cascinali, piccole abitazioni rurali, mura di cinta. Alcune facciate recano ancora ben visibili lo stemma della famiglia Barni, antica proprietaria del feudo. Si esce dal paese e si prende la via per la Muzza di Sant'Angelo.


Sulla destra un piccolo viale alberato fa da cornice alla chiesa di san Callisto. Fatta costruire dalla famiglia Tresseni conserva tuttora una delicata armonia di forme evidenziata dal protiro sorretto da due colonne, dal timpano curvilineo, dal campanile che si innalza a dominare la campagna circostante. Il piazzale a ghiaietto, i filari di alberi, la posizione solitaria accentuano il piacevole senso di raccoglimento che le viene dall'alta facciata, dai toni solari di un giallo antico illuminato da bianche lesene, dalle due cappelle laterali esterne. L'itinerario prosegue sfiorando la tenuta della cascina Bossa, anticamente chiamata Ca' dei Bossi, e raggiunge la Muzza di Sant'Angelo. Il filare di ville e di edifici di recente costruzione si interrompe improvvisamente all'approssimarsi della Muzza. La strada si restringe, si insinua tra basse abitazioni: il paese cambia volto al suono gorgogliante del canale ancora nascosto alla vista all'altezza della chiesetta di san Simone e Giuda, antica parrocchiale di cui si hanno le prime notizie fin dal 1261. La facciata semplice è arricchita, nell'ordine superiore, da una finestra disegnata ai lati da due volute che sembrano ampliarla, quasi aprirla su uno spazio infinito. Un piccolo accenno di tetto a coppi separa i due ordini, creando un'illusione di notevole altezza. Il campanile privato delle campane, rosso di mattoni, è reso vivo dal volo di colombe e di tortore. Poco più in là le acque turbinose della Muzza riflettono in giochi di gorghi e vortici i muri rossastri della chiesa. Dal ponte il cammino riprende a sinistra per Villanova del Sillaro, tra campi coltivati, prati, piccole rogge. Una lunga cortina di alberi movimenta il paesaggio. Sulla destra, annunciata da uno splendido albero isolato, appare una grande costruzione, protetta da un muro di cinta. La casa padronale di una splendida cascina tinta del grigio di un cielo autunnale, viene incontro alla strada che si avvicina stringendosi tra alti muri aperti su due ampi cortili. È il complesso storico della cascina Paderno Isimbardo. Giovanni Agnelli riferisce di un documento del 710 in cui la cascina è citata come proprietà di Anselperga, figlia di Desiderio re dei Longobardi, abbadessa del monastero di san Salvatore in Brescia. NeI 1224 fu feudo dei capitani di Cornegliano, appartenne ai Cadamosto e quindi agli Isimbardi di Pavia che le lasciarono definitivamente il nome. Il cortile di sinistra è occupato al centro da una grande aia circondata dai porticati delle stalle e dei locali di ricovero per le macchine. Nei giorni di settembre splende sull'aia, quasi sole terrestre, il giallo intenso del mais, mentre anatre e oche indisturbate girano a beccare i chicchi e rompono starnazzando il silenzio. A destra si apre la corte della casa padronale. Un portico a colonne caratterizza la facciata del corpo centrale. Un muretto circonda ancora parte dell'aia. Tutto intorno, si susseguono le stalle e gli edifici della cascina lodigiana. Seminascosto tra i rami di un grande fico, in uno spiazzo situato a ridosso della cascina, si eleva, nobile nell'abbandono, l'oratorio dei santi Francesco e Domenico. La strada qui si fa stretta. Lo sguardo è obbligato a posarsi sul cotto della sua nuda facciata. La quiete, il silenzio, le tonalità dei prati e della terra solcata dagli alberi accompagnano le ampie curve che conducono a Massalengo. All'entrata del paese spicca un piccolo bosco ricco di salici, aceri, ippocastani e betulle. La strada conduce al sagrato della chiesa. Dinanzi si apre il giardino di villa Premoli. Si imbocca il vicolo che costeggia il muro di cinta della villa e ci si inoltra lungo una strada sterrata nei campi. La carrareccia sbuca alla cascina san Tommaso, non molto distante da Villanova del Sillaro. Un muro di cinta sormontato da coppi lascia scorgere all'interno l'ampiezza della struttura. Già in documenti del 1143 si parla dei beni di san Tommaso, oggetto di disputa tra il vescovo di Lodi ed il feudatario Giovanni Adsente. Nel 1224 divenne feudo dei cavalieri di Cornegliano, quindi passò ai Cadamosto. ll nome della cascina pare fosse santo Matho, poi diventato san Tomà. Nel prato, di fronte alla curva che la strada disegna seguendo il muro perimetrale della cascina, sorge l'oratorio di san Tommaso. Un piccolo sagrato con tre scalini fiancheggiati da colonnine in granito impreziosiscono la solenne semplicità della facciata. Sopra il portale una lunetta incastonata in sei giri di contorno richiama la decorazione del timpano. Una finestra centrale offre allo sguardo tratti di cielo, movimenti di nubi, giochi di luce che accendono la tenue tinta della chiesa. Le pareti laterali, lisce, prive di decorazioni, sono interrotte da finestrelle. Accenni di colonne esterne lasciano immaginare la essenziale austerità dell'interno. Un piccolo campanile sovrasta il tetto, stagliando nella trasparenza dell'aria la nera croce in ferro. La strada prosegue tra tetti rossi, rivoli verdeggianti di riflessi, campi arati, prati fiorenti. Oltre il ponte sull'autostrada, giunti al bivio per cascina Chiaravalle ci si immette nella strada campestre. Il rettilineo conduce all'interno della struttura agricola.Il nome primitivo, rilevato in un documento del 1482 era Molino dei Cortesi. Dalla cascina, già casa dei padri Olivetani, si entra nel borgo di Villanova Sillaro. Sopra le case, quasi un poco discosto dal piccolo abitato, si eleva il campanile dell'abbazia. Al fianco del palazzo abbaziale sorge cascina Grande, un tempo annessa alle proprietà del monastero. La zona riveste grande importanza dal punto di vista della storia antica. Dalla piazza della chiesa si prende la via che oltrepassa il Sillaro e, costeggiando la grande cascina che chiude il paese di Villanova, si giunge in vista della cascina santa Maria del Toro. Qui passava l'antica strada Mediolanum-Placentia. La via usciva da Milano per la strada che oggi è identificata nel corso di porta Romana, si dirigeva su Melegnano, sfiorando Sesto Gallo proseguiva sino a Sordio e Laus Pompeia. Dopo la basilica di san Bassiano si dirigeva a Pieve de' Guazzi, oggi Pieve Fissiraga, e quindi a santa Maria del Toro. La strada poi proseguiva per Tres Tabernae, quasi sicuramente identificata in Monasterolo di Brembio, raggiungeva Piacenza dopo la sosta ad Rotas, presso la cascina Griona dove si effettuava il cambio dei cavalli. Sul portale d'entrata alla cascina si profila la sagoma di un toro. La corte è dominata dalla casa padronale dalla facciata ottocentesca a cui fanno corona le stalle a portico che si aprono su un aia immensa. Di fronte al complesso agricolo è situato l'oratorio di santa Maria, ora trasformato in magazzino. In questo luogo, narra Ottone Morena, i cavalieri di Piacenza si scontrarono con i Lodigiani e fecero alcuni prigionieri tra cui il podestà Tricafoglia Pusterla. In un documento del 1304 la località e nominata come santa Maria in Strata. Il luogo era attraversato da un fossato che diede il nome al borgo di Fossadolto o Fossato alto da cui ebbe origine Borghetto. Ritornati a Villanova si prosegue in direzione di Sant'Angelo Lodigiano. Volgendo lo sguardo al paese che si allontana lentamente si nota la posizione di rilievo dell'abbazia che domina i rossi profili delle cascine, anche da lontano, oltre la trama intessuta dai rami e dalle fronde degli alberi. L'itinerario procede incontro alle costruzioni della cascina Monticelli. Nel 1340 la cascina proprietà dei cavalieri di Cornegliano venne venduta alla famiglia Fissiraga di Lodi. Passò poi alla famiglia Nazari che nel 1674 fece costruire un oratorio perchè le inondazioni del Sillaro e il cattivo stato delle strade impedivano agli abitanti di frequentare le chiese di Villanova e di Bargano, fatto questo che provocò una forte ribellione da parte degli abitanti di Bargano che vedevano la loro chiesa privata dei doni e delle decime degli abitanti di Monticelli. La cascina si dipana lungo la via come un piccolo paese. Da notare sulla destra nei campi la costruzione del mulino. Colori tenui di sfumature rossastre che ripetono il colore del cotto caratterizzano il disegno nitido e delicato dei volti espressivi e dolci dell'affresco che impreziosisce con l'effigie della Vergine la parete laterale del primo edificio della cascina. Il percorso si addentra successivamente nel villaggio di Bargano: un intreccio di vie strette, di abitazioni rurali, di facciate bianche alternate a graticci in cotto, di cortili che si aprono su una vita intensa e febbrile. Si imbocca la via per cascina san Leone. Dopo un breve tratto, sulla sinistra, il vicolo del Mulino conduce all'antico mulino di Bargano, una bassa costruzione che sorge al limite del paese. Una decorazione in cotto corre lungo le pareti esterne dando un tocco di ricercatezza alla nuda semplicità dell'edificio. Sul retro le acque della roggia Molina, che dalle pale del mulino si getta in un grande salto, assalgono la ruota. All'interno si può visitare il locale dove sono conservati gli ingranaggi e gli strumenti che servivano alla macinazione del mais destinato agli animali. Si riprende il cammino verso san Leone. La strada sterrata porta sotto le mura di cinta del cascinale. A sinistra scende costeggiando lo spalto su cui sorge il grande complesso rurale. Si giunge così sulle rive del Lambro. In questo tratto il fiume scorre calmo allargandosi in un'ampia curva. Sulla riva sinistra un fitto pioppeto lambisce le acque del fiume. Uno spettacolo grandioso si presenta allo sguardo che dal fiume risale l'ampio declivio dominato dall'imponente struttura della cascina. Sul lato destro si innalza solida una torre risalente al XV secolo su cui si aprono in sequenza irregolare numerose finestre. Un portico a tre archi sorretto da due colonne interrompe la linearità della facciata scandita ad intervalli regolari da una serie di finestre ovali che corrono sotto il tetto. La corte è delimitata da un muro di cinta circondato da salici robinie, pioppi cipressini, platani, una cortina discreta che lascia immaginare al passante la bellezza del luogo senza svelarla completamente. La posizione elevata a dominare la grande ansa del Lambro, la struttura a fortezza, le solide mura, a tratti merlate, richiamano i tempi in cui al posto della cascina sorgeva un castello. Il Codice Diplomatico Laudense attesta la presenza del castello di Bargano costruito forse prima dell'anno mille e distrutto una prima volta dalle truppe barbariche che nel 924 rasero al suolo Pavia. Ricostruito il castello venne distrutto una seconda volta dai Milanesi nel 1250. Numerose famiglie si succedettero al governo del feudo, fra queste i Sommariva, gli Overgnaghi, i Vistarini che ebbero in concessione il castello dal marchese Guglielmo Malaspina. Nel XV secolo divennero feudatari del luogo i Codazzi. La torre, oggi parte integrante della cascina, e ciò che rimane dell'antica fortezza. Fino a qualche anno fa l'oratorio di san Leone fungeva da chiesa parrocchiale di Bargano, segno evidente della centralità della cascina nella vita del paese. Si risale il pendio, ci si affaccia al cortile della casa padronale. Una grande aia circondata da un muretto si estende fino ad un cancello in ferro battuto aperto sui fianchi dello spalto. A sinistra si succedono le stalle, scandite da un colonnato in cotto, a destra il cortile si allarga in un giardino che prosegue nella parte posteriore. Si lascia la cascina lungo un rettilineo che corre tra due filari di platani. Da un lato la pianura degrada dolcemente verso il fiume Lambro, dall'altro la campagna appare delimitata dal profilo di Bargano. Si imbocca la strada per Borgo San Giovanni. All'altezza della carrareccia che a sinistra conduce alla cascina Cervasina, si stacca sulla destra una strada sterrata in direzione della cascina Bonora, antica proprietà dei marchesi Orsini di Roma. La storia della cascina appare consumata dal tempo anche se la struttura della casa padronale e l'ampia aia danno ancora l'idea del passato fiorente e vivace che si è dipanato tra le rovine che giacciono lungo il perimetro di cinta sepolte dall'erba. Nell'oratorio dedicato a san Giorgio, situato all'entrata della cascina, verso Pieve Fissiraga, si è conservato per lungo tempo in un'arca di vetro il corpo della martire santa Bona. Era un dono del marchese Giorgio Orsini che nel 1726 lo ricevette dall'abate del monastero di san Pietro in Gessate, retto dai monaci Cassinensi di Milano. Nell'oratorio si conservava, separato, un dente della santa. La tradizione vuole che la reliquia guarisse il mal di denti a coloro che qui si recavano a pregare la santa. Superato l'oratorio si imbocca a sinistra la strada che volge verso la cascina Fissiraga. La strada attraversa il cascinale e sbocca nel paese di Pieve Fissiraga, percorre il quartiere nuovo e si dirige verso la Muzza di Sant'Angelo. Superato il ponte sull'autostrada il paesaggio si fa di nuovo continuo nella fitta trama di colture, interrotto da un lembo di bosco. Filari di pioppi tendono tessuti di rami argentati nei riflessi di foglie lucenti. Oltre il pioppeto si costeggia un tratto della roggia Frutta che ha origine in Pieve Fissiraga. A sinistra si profila il complesso della cascina Andreola, antico possedimento della famiglia Pellati di Lodi. Poco prima di raggiungere la Muzza ancora un grande pioppeto: di nuovo giochi d'ombra, fruscii sottili, bagliori improvvisi. Ora la strada entra in paese. Da qui si percorre a ritroso il tragitto compiuto venendo da Lodi.


Tratto dal volume: "Tra Rosse Presenze e Verdi Silenzi" Edizioni ex APT del Lodigiano 1994


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